dal sesto capitolo:

…In piazza Duomo non c’è un parcheggio libero nemmeno per un monopattino, porca miseria! Sembra che il mondo intero si sia dato appuntamento qui, stasera. Tutti automuniti.
Viene il sospetto che da queste parti facciano degli happy hour fenomenali.
Hanno così parcheggiato un po’ distante, facendosi a piedi un pezzo di via Garibaldi per sbucare alle spalle della chiesa di San Lorenzo. L’acciottolato in sassi scintilla alla luce dei lampioni a grappolo, offrendo un milieu dall’atmosfera ottocentesca. Il resto lo fa il quarto di luna velato da una nube evanescente che svaga, tra le volte e i pilastri, in un gioco di ingannevoli chiaroscuri. Nelle ombre della sera… Aspetta un po’… Come scriveva quell’autore tanto bravo nel descrivere il crepuscolo?… Nell’ora incerta tra il cane e il lupo… Era anche il titolo di un suo romanzo.
Ecco. Una di quelle immagini iconiche della letteratura che conserva gelosamente nella memoria del vecchio hard disk installato tra le orecchie.
Una delle particolarità di questa piazza sono i vicoli che, fendono i palazzi come claustrofobiche ferite, partendo dalle vie laterali per sbucare nel loggiato. Stretti caruggi dalle anonime murate verticali con pochi anditi. Poche scuri e rari battenti. Budelli. Come quello appena oltrepassato di vicolo dei Molinari.
Sotto i portici, le vetrine illuminano il lungo corridoio lastricato di serizzo, lustro di una leggera umettatura. Ci si aspetterebbe di udire il calpestio di zoccoli sull’acciottolato al passaggio di un brum*, (* broom è la versione gergale degli omnibus coach o appunto broom trainati da una coppia di cavalli e guidata da esperti conduttori il cui nome era appunto brumista.) oppure il vocìo di un crocchio di gentiluomini in marsina e tuba che saluta, sfiorandosi la tesa del cappello. Invece scansi un ubriaco che bestemmia al venditore pakistano di rose finte. Ha l’alito che puzza come una distilleria di vodka e sputa lapilli di saliva.
Due passi avanti e si svolta in via Cavour. Il corso che porta al castello, e laggiù i giardini dove hanno trovato il cadavere della ragazza. Lourdes Velasco, trent’anni. Poveretta. Partita dalla Colombia per farsi perforare il cranio in una piccola città di provincia del nord Italia. Strana la vita, rimugina tra sé, stringendo forte Mercedes per le spalle. Una se ne parte in cerca di fortuna, una vita migliore.. E si ritrova dall’altra parte dell’oceano con uno spillone infilato nel cervello. Chissà se a Santa Marta, o come cacchio si chiama il suo paese, ci sarà mai qualcuno che la piange? E dove finiranno a riposare le sue ossa una volta sfrattata dall’obitorio?
Doveva essere una piacevole serata da trascorrere con Mercy e mo’ finisce col guastarsela pensando ad una prostituta, che non ha mai visto in faccia ma alla quale si sente di rendere almeno un filo di giustizia. Mereghetti di lei avrà pensato come ad un curioso caso da risolvere, per Ferrero invece resta una donna trovata stesa sul selciato. Seccata da un bastardo. Conoscere questo cazzo di De Martini diventa imperativo, non fosse che per aiutarlo a mettere le mani sul criminale che con ogni probabilità è già al secondo omicidio. Ed evitare che la lista si allunghi.
L’insegna della pizzeria del Gallo Rosso li arresta, dando a Ferrero il tempo di osservare l’ambiente al suo interno. Ad occhio e croce è di quelli accoglienti. Interroga Mercy con un cenno del capo, lei acconsente ed entrano. Il forno a legna sembra sfornare pizze stuzzicanti e c’è in aria un leggero sentore di origano. Il cameriere, in gilet porpora e maniche di camicia arrotolate, indica loro un tavolo facendoli accomodare. Poi sparisce per ricomparire con la carta del menu.
«Sapete già cosa ordinare?» domanda sbrigativo il giovane «Vi porto da bere?»
«Menabrea in bottiglia… Minerale naturale da mezzo litro, una wurstel con patatine e una quattro formaggi bianca per la signora.» E quello si teletrasporta, commessa alla mano, verso il funambolico sbandieratore di pizze dall’aria terrona.

dal tredicesimo capitolo:

Se su questo lacèrto di periferia regnasse solo la quiete della notte, si avvertirebbe il placido fluire dello Staffora salire a riva dal suo alveo in sassi. Più distante, il sopito transito veicolare scivolare sulla provinciale.
Stanotte, invece, lungo Strada Grippina c’è più casino che alla fiera della Sensia* (*la fiera dell’Ascensione di Voghera è la più antica fiera di Lombardia. La prima venne istituita nel lontano 1382.)nel mese di maggio. Un via vai di auto e uomini, fari abbaglianti e torce elettriche, da farne un luna park improvvisato.
È l’una passata, e sono trascorse poco meno di due ore da quando la prima gazzella, inforcando via Zanardi Bonfiglio, è svoltata a destra sul Ponte Rosso, per infilarsi nel budello di carrareccia che si ubriaca in mezzo ai campi.
La Giulietta ha impiegato poco più di un minuto per raggiungere il luogo segnalato. Con la sirena che squarcia il silenzio, il tergicristalli a raschiare il parabrezza, e a bordo un capitano De Martini dai nervi a fior di pelle. Pasquali ne ha colto il malumore da come si rigira l’ammezzato toscano che tiene spento tra le labbra. Uno stato d’animo che percepisce quasi materialmente. E come presume succeda al capitano, con una voce che gli sussurra all’orecchio cattivi presentimenti. Era bastata l’occhiata che si erano scambiati quando l’appuntato Melis era piombato in ufficio, riferendo di un cadavere rinvenuto nella zona est della città. Avrebbero entrambi scommesso la mano destra che si trattava del corpo di una donna.
Ed ora eccoli lì, con la premonizione trasformata in certezza. Lì, in aperta campagna, dove fa un freddo cane e c’è un umidità brodosa che penetra le ossa. ‘Na schifezza che queste parti chiamano scarnebbia. L’ibrido malinconico tra la foschia e una pioggia sottile che resta sospesa in aria. Anche la terra è fradicia del piovuto dei giorni prima, e quello che si respira è l’agro pungente di acque stagne e selvatico della vegetazione.
Lì fuori, in compagnia di un’immaginaria musica che sembrava terminata e invece ha ripreso a suonare, scandendo una marcia funebre, puttana Eva! Il terzo lugubre spartito eseguito nel giro di poche settimane.
«Cristo!» aveva bestemmiato De Martini prima di gettare il moncone di Garibaldi ad annegare nella pozzanghera ai suoi piedi «Anni interi passati senza una rogna, e adesso… Mo’ Pasquali… Sono cazzi!»
La segnalazione è arrivata da una villetta poco più avanti. Il proprietario ha sentito abbaiare la sua coppia di setter ed è uscito in cortile armato di doppietta, convinto di trovarci i ladri. Dice di essere riuscito a intravedere le luci posteriori di un auto dileguarsi in direzione Montebello-Casteggio. È stata una frazione di secondo, ci tiene a precisare. Dal portellone sul retro ritiene possa trattarsi di un Qubo Fiat, ma non è pronto a giurarlo. Comunque qualcosa del genere! Neanche sul colore della carrozzeria è sicuro. Grigio metallizzato chiaro, o forse bianca. Lo conferma al brigadiere che sta prendendo nota, sbirciando quello che scrive sul blocchetto degli appunti.
La moglie è li che osserva dal terrazzino, infagottata in una vestaglia da notte di ciniglia che tiene stretta per il bavero. Sotto l’alone di una lampadina da pochi watt, sembra lei la salma. L’uomo attende che il carabiniere finisca di scrivere per proseguire.
È rientrato in casa, ma i cani non smettevano di guaire. Così s’è attrezzato per uscire, infilandosi un paio di stivali in gomma. Quindi ha messo il guinzaglio alle belve conducendole in strada a fiutare i dintorni. Dice che, pochi metri più avanti, quei sacramenti si sono messi a tirare la catena al punto da strozzarsi, così li ha seguiti finché non ha scorto una sagoma distesa tra un cumulo di terra battuta e il paletto in cemento di una recinzione. Vede? Proprio lì. Dove c’è il filo spinato. Indica il punto esatto avanti venti metri. Sul momento gli erano sembrati degli pneumatici accatastati… Un sacco della spazzatura o un mucchio di stracci. Racconta di averla illuminata con una pila a led di quelle tascabili. Scrutando con più attenzione ha realizzato cos’era, e dopo aver cacciato un urlo dallo spavento, è corso in fretta a casa per chiamare il 112.
Questo succedeva poco prima delle undici. I caramba erano giunti sul posto, un quarto d’ora dopo per gustarsi in anteprima quello spettacolo ripugnante, delimitare il perimetro e attendere l’arrivo degli specialisti.

dal quindicesimo capitolo:

Intanto piove. A sprazzi. Noiosamente. Piove sui binari, sui sanpietrini del piazzale, sui taxi e sugli autobus di linea dalle livree arancio maculate di pubblicità.
Voghera resta una bella città anche sotto il filtro della giornata uggiosa, mostrandosi elegante oltre il tedio del maltempo. Raffinata nel grigiore. Seducente nel suo provincialismo di centro dalle grandi aspettative mai compiute. Dalle aspirazioni disattese.
Sospesa a metà tra tradizione e cambiamento. In bilico tra progetti e storia. Tra squallide aree commerciali, Mc Donalds, cineserie e scorci, angoli e vicoli di un prestigioso passato. Autorevole nelle sue antiche mura. Sciatta nelle sue modernità. Superba nel Sacrario della Cavalleria, nel Duomo di San Lorenzo, in Santa Maria delle Grazie e ancora nel Castello Visconteo. Nel neoclassico Palazzo ”Gunela”. Nella caserma Vittorio Emanuele che fu la più grande del Regno di Sardegna.
Banale nell’abominevole colata di cemento del parcheggio delle ferrovie. Impersonale e anacronistico timballo rovesciato dalla teglia. Voghera incongrua nei capannoni edificati come scatole di cartone per hard discount, gommisti e steakhouse. che insultano l’arte delle altere cascine disseminate intorno. Voghera antinomica tra la severa architettura industriale delle vecchie officine, e le ripugnanze di beton, amianto e neon. Grazia e degrado.
Incantevole oppure orribile nei suoi compromessi e nelle sue contraddizioni. Una città da odiare nel profondo o amare incondizionatamente.
Tra la Vicus Iriae e il futuro. Tra Burgundi, Rugi e gli americani delle valvole petrolifere. Affascinante dello strabismo di Venere o guercia, con un’occhio alla val Padana, e l’altro ai clivi delle colline d’Oltrepo. Tra l’usto delle campagne e il profumo dei vitigni.
Chi ha mai detto che Voghera è solo puttane e peperoni? O casalinghe degli stereotipati idiomi?
Piove silenzio. Dante cammina a fianco di un Monticelli stranamente taciturno.
Lo scarso traffico e la poca gente lungo il corso, abbandonano all’orecchio il fruscio degli pneumatici rullare sull’asfalto bagnato. Sussurri di una città misurata. Confidenziale. Così vanagloriosa del suo fascino.
Tutto si sciacqua sotto una pioggia sottile e fastidiosa che lucida i tetti dei palazzi, il pavè della piazzetta, il chiosco dell’edicola all’incrocio. I nudi alberi e le aiole disadorne. Lucida i balconi dai ricami in ferro battuto e i bugnati geometrici al piano nobile di vecchie residenze signorili, dirimpettaie ai multipiano, figli del miracolo economico. Gocce sul cotto e sulle colonne della minuta chiesa al bivio tra via Crocifisso e XX Settembre, e più avanti sui coppi dell’ufficio postale nel vecchio opificio ristrutturato.
Una città che si intristisce nel cattivo tempo per apparire allegra sotto il sole. Questo Ferrero lo sa. Lo intuisce. Riesce a percepirlo. Questa città che conosce poco ma che sa subito svelarsi. Mostrare la sua personalità, la sua bellezza senza pudicizie come le sue brutture senza vergogna.
Voghera è diversa dalla sua Tortona. Nella manciata di chilometri distante, un abisso di differenze. Tortona è la noblesse. Tortona l’aristocratica. Piemontese e sabauda. Serena, paziente. Altezzosa e imperturbabile. Diafana. Quasi una vecchia dama dell’ottocento dalla pelle di vetro. Schiva da sembrare fredda e ostile.
Voghera la proletaria. Operaia e contadina. Lombarda e icastica. Callosa, solerte. Laboriosa e scabra. Opulenta. Una nutrice dal seno florido e braccia robuste da villana. Aperta da sembrare fraterna e sincera.